I fagioli nel vecchio west erano cibo spesso obbligato, ma gli effetti collaterali spesso erano rumorosi: peti e rutti: un concertino con il sedere come strumento principale.
Archiviato per ottobre, 2010
Mezzoggiorno e mezzo di fuoco, fagioli a cena: puzze e rutti a volontà!
Squallor Story al Chiambretti Night con Ciro Ippolito e Alfredo Cerruti.
IL VIDEO DELL’EVENTO CON GLI INTERVENTI DI CIRO IPPOLITO E ALFREDO CERRUTI.
LA SERATA
Nel locale più cool della tv, come direbbe il buon Piero Chiambretti, il 07/04/2010 si è celebrata la serata dedicata agli Squallor, un gruppo musical-demenziale ignoto probabilmente ai più ‘ciòvani’, divenuti dei cult nel loro genere facendo la storia della discografia degli ultimi 30 anni.
Il Pierino nazionale al Chiambretti Night ha accolto in studio il canuto Ciro Ippolito, produttore anche di due film tratti da ‘opere’ degli Squallor e prima ancora di pellicole per così dire storiche come “Lacrime napulitane” con Mario Merola. Per l’occasione Chiambretti si è agghindato con una parrucca stile Fab4 dei Beatles, un caschetto che riportava la trasmissione agli anni ‘70. E gli anni della disco music sono stati rievocati anche dal balletto di Bill Goodson, coerentemente calato in quel periodo.
Per chi non lo sapesse, gli Squallor sono stati un’operazione di marketing discografica riuscitissima sul finire degli anni 70 e poi 80 e 90: grazie a dei titoli forti, spesso decisamente volgari, (Troia, Tocca l’albicocca, Cappelle, Uccelli d’Italia, Arrapaho, Cielo Duro) divennero un vero e proprio caso prima discografico e poi per l’appunto cinematografico grazie a Ciro Ippolito. Merito anche di una campagna pubblicitaria che faceva il verso al tabu sessuale dell’epoca e tra i primi a trattare l’omosessualità. Il primo film, “Arrapaho“, come ha spiegato il produttore napoletano che ha al suo attivo anche una storia d’amore con Laura Antonelli, costò 150 milioni di lire e incassò ben 5 miliardi di allora e il successivo, “Uccelli d’Italia”, qualcosa meno ma fu sempre un successo. Un vero e proprio fenomeno non casuale: a far parte degli Squallor, a dissacrare l’intero mercato della discografia di allora erano delle menti grigie che nei vinili ci lavoravano. Due di loro purtroppo sono scomparsi ma il terzo, Alfredo Cerruti, è apparso ieri in trasmissione nelle vesti di pentito, nascosto da un paravento, perchè più noto per la voce che per la faccia.
Per capirci, chi si ricorda di “Indietro Tutta“, Cerruti era quello che da un finto megafono ripeteva costantemente “Volante uno a volante due…“. La voce di Cerruti era più nota del suo cognome anche per Pierino che più volte l’ha chiamato Cerutti… e Alfredo con la consueta ironia lo ha rimproverato dicendogli: “Cerutti, cerutti… cerutt’o cazz…“.
Google non perde il vizio, ci spia anche con Android.
L’allarme era già stato lanciato a luglio da Lookout, azienda che si occupa di sicurezza sui cellulari: esistono codici nascosti che potrebbero raccogliere e inviare dati personali. Se ci eravamo convinti che la raccolta di dati tramite Street View fosse accidentale, se fossimo già ricorsi a Google Alarm per combattere il Grande Fratello online, si scopre ora con certezza che anche le applicazioni degli smartphone Android ci stanno spiando.
In parte glielo abbiamo consentito noi durante l’installazione, ma forse non ci saremmo mai immaginati che inviassero anche dati come geolocalizzazione, IMEI, numero di telefono e via dicendo a server remoti. E invece è così, come hanno dimostrato alcuni ricercatori americani sviluppando l’app TaintDroid, in grado di monitorare il comportamento del nostro smartphone.
Lo studio, sviluppato dagli Intel Labs, Pen State University e Duke University, punta a monitorare in tempo reale l’accesso ai dati sensibili da parte delle applicazioni installate su Android. E così si è scoperto che due su tre delle 30 applicazioni analizzate, selezionate fra le più diffuse, inviano dati privati a inserzionisti pubblicitari on line. La metà delle applicazioni prese in esame invia la posizione geografica dell’utente, sette app svelano l’IMEI (il codice che contraddistingue il dispositivo fisico) e in alcuni casi anche il numero di telefono e il seriale della Sim. “Non sappiamo se il comportamento osservato fosse maligno – spiega a Wired.it Landon Cox, assistant professor alla Duke University e membro del progetto di ricerca – Sottolineiamo però che molte delle applicazioni analizzate condividevano le informazioni cui l’utente aveva acconsentito loro di accedere in modi non chiaramente dichiarati nell’user agreement”.
Questo nonostante il sistema Android limiti l’accesso alle informazioni private. Concedere alle app di accedere ai nostri dati, hanno ricordato quelli di Google, è una Leggi tutto…
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